Una piccola sorpresa per chi visita Palazzo Barolo. Da qualche mese, alle opere e ai numerosi cimeli esposti nella storica dimora nobiliare, si è aggiunta una “chicca” appartenuta a uno dei personaggio più noti del Risorgimento italiano, Silvio Pellico, per anni amico e collaboratore dei Marchesi di Barolo.
Si tratta dello scrittoio su cui, probabilmente, egli scrisse gran parte del suo capolavoro, “Le mie prigioni”. Si dice che negli ultimi giorni della propria vita, Silvio Pellico ricevette la visita di don Pietro Ponte. Il sacerdote notò un piccolo mobile sotto una mensola e, scherzando, chiese se fosse un mandolino. Non era uno strumento musicale, ma uno scrittoio portatile, un oggetto dal grande valore affettivo. Pellico lo aveva con sé quando fu arrestato e gli fu sequestrato insieme a tutti i suoi averi. Solo in seguito gli fu restituito, divenendo il suo unico conforto nei lunghi anni di prigionia. Un tempo appartenuto al poeta Giuseppe Parini, passò poi a un abate milanese prima di arrivare nelle mani di Pellico. Realizzato in legno rossiccio, aveva la forma di una cassetta per strumenti musicali e un piano rivestito di panno verde.
Dopo la morte dello scrittore e patriota, avvenuta il 31 gennaio del 1854, lo scrittoio restò nelle mani di don Ponte, che lo donò all’Opera Pia Barolo a inizio Novecento.